La Maschera

 
©Robbi Huner photographer
Rimanere intrappolati nel personaggio fedele a se stesso,che non mente mai e che non porta alcuna maschera è una consuetudine comune alla maggior parte degli individui. E’ la trappola della verità costruita in serie, è la scure della negazione delle inibizioni ed è la furia rabbiosa della coerenza ostentata.
C’è un continuo ricorso alla necessità di dichiarare di essere fedele al culto della propria verità e di combattere la diabolica menzogna: la bugia è il diavolo, la si scaglia contro l’altro, la si trova fuori di sè, è l’essenza del delinquente da smascherare.Ci si riconosce spesso come veri, leali, cristallini, senza maschere appunto, e quindi affidabili, attendibili e coerenti nella speranza, ma più spesso nella convinzione, di fare un buon servizio a se stessi ed alla comunità tenendo a debita distanza la maschera, la parte oscura, coperta, fuligginosa e di transizione.Ci si affeziona alla salda coerenza di una personalità svelata, totalmente accessibile e rappresentativa di una fierezza a rimanere tale e quale negli anni, senza farsi toccare dalle esperienze, dai sentimenti, dagli affetti: tutto deve tornare in un calcolo sommario di se stessi, sempre allo stesso risultato, non importa se cambiano i segni, le funzioni, le unità di misura e addirittura i numeri in campo. Si tenta instancabilmente di introdurre nella propria vita quella granitica certezza di un essere che ci rappresenterebbe e che avrebbe determinate fattezze: il fatidico “Io sono così, dico la verità”.

Poi arriva il Carnevale e, finalmente, ci si può mascherare.

La maschera trova casa, trova una dignità, accede all’esistenza concreta dopo aver scontato mesi, anni di prigionia nelle fantasie individuali e collettive. La maschera ha l’ora d’aria, un’asola di tempo nella esausta esistenza della verità da passeggio. La maschera ha poco tempo a disposizione, e in quel poco tempo racconta così tanto di sé, riesce ad essere così tanto onesta e rifugge talmente la verità in onore della sincerità che si riguadagna, di fatto, la messa al bando fino a nuova chiamata.

Ci vuole coraggio per riconoscersi nelle proprie maschere quotidiane che svelano e non coprono, perché la maschera sa essere onesta come una verità ricercata non potrebbe mai. La maschera come messa in scena di aspetti profondi, essenziali, che si incontrano e si riconoscono proprio grazie alla descrizione metaforica che fanno di se stessi, in una rappresentazione allegorica e dissacrante della propria umanità, unicità e dinamicità.

Accettare di prendere contatto con quelle parti di sé lasciate lungo tempo in ombra, azzittite, represse e compresse è il modo con il quale ci si può avvicinare alla conoscenza delle maschere, a familiarizzare con esse perché da oscuri oggetti che popolano da clandestini il nostro inconscio possano diventare a pieno diritto cittadini della nostra individualità.

Nella trilogia Memoria dal Futuro (Il Sogno, Presentare il Passato e L’Alba dell’Oblio), lo psicoanalista inglese Wilfred Bion attraverso quella che egli stesso definisce una “narrazione fantastica della psicoanalisi”, lascia che i personaggi che affollano la nostra psiche prendano la parola, dialoghino, come protagonisti di un romanzo di fantascienza. Questa suggestiva rappresentazione letteraria della psiche schiude lo sguardo ad una panoramica sui livelli interni e le rappresentazioni, i vissuti e le fantasie e su come tutto questo venga spesso tenuto a bada attraverso un elevato dispendio di energia.
Dott.ssa Silvia Liberati