Ermeneutica della fotografia come koinè (atto del convegno Perugia Social Photo Fest 2014)

Lasciami Guardare: l’esperienza, le idee.

 

Mi chiamo Silvia Liberati e sono una psicologa di scuola psicoanalitica, sono socia fondatrice dell’Associazione FermaImmagine che qui presenta “Lasciami Guardare”un progetto fotografico proposto a 6 persone con deficit visivo per cercare di incontrare proprio nella difficoltà a vedere la possibilità di una visione diversa.

Margherita, Roberto, Anna, Saverio, Claudio e Francesco sono i 6 autori delle foto: per quasi due anni, una volta alla settimana ci siamo incontrati, per le strade di Roma e poi in sede, per ragionare insieme sulle immagini raccolte: il gruppo ha avuto una funzione fondamentale,fornendo un senso di appartenenza ed un sostegno alle difficoltà che di volta in volta si incontravano. I timori iniziali, quelli di non saper fare fotografie, di non riuscire a mettere a fuoco, di non riuscire a cogliere il particolare, in itinere hanno lasciato il posto al gusto di poter cogliere una scena rappresentativa di dinamiche complesse che si svolgono nel contesto quotidiano ma sulla spinta di un richiamo dall’interno anche se comprensibilmente non sono mancate tentazioni di manierismo.

Accanto ad una difficoltà concreta, reale a mettere a fuoco i particolari, a cogliere le singole figure in movimento, a dover ricostruire una scena a partire da un singolo oggetto colto, ha cominciato a farsi spazio una difficoltà interna di focalizzare, la tendenza a confondere e sovrapporre i vari elementi, le battaglie per cercare di decifrare da un brandello di comprensione, il caleidoscopio di emozioni provate e poi, nel momento dell’elaborazione dell’immagine in sede, la possibilità di vedersi restituire un significato sano, intero, globale.

Questo passaggio, da un’esperienza concreta ad una esperienza profonda ed  intensa, è stato possibile grazie proprio all’uso della fotografia che, nella incomunicabilità dei mondi, reale ed astratto, organico ed emotivo, ha tessuto una rete di significati, una sorta di struttura ideografica che affonda le radici in un proto mentale, qualcosa di antico di cui tutti siamo dotati, fatto di rappresentazioni, non di concetti e oggetti.

Le immagini, come avete visto, hanno quasi fatto irruzione nell’obbiettivo, mettendo a nudo l’inconscio, parlando di gabbie, riemergendo dal buio, cercando di mettere a fuoco la realtà, seguendo le linee guida delle architetture urbane.

Ogni immagine scattata e poi scelta, non solo parla di contenuti profondi, ma li rappresenta, li comunica attraverso un linguaggio schietto ed onesto, fornisce una comunicazione accessibile al gruppo che si sente rappresentato all’interno del progetto e sente che il linguaggio è lo stesso.

Non sempre il gruppo si è ritrovato intorno ad una immagine, alle volte, è innegabile, proprio le immagini più rappresentative del deficit, hanno evocato sentimenti di rifiuto perché di fronte ad una rappresentazione così chiara di una difficoltà ci si può sentire messi a nudo. Le immagini sfocate, quelle “storte”, quelle sovraesposte ad esempio richiamano quella imprecisione, insufficienza o lacuna dalla quale volentieri si fuggirebbe con una ricerca leziosa e ricercata dello scatto: c’è un senso di vulnerabilità se è proprio la mancanza il perno che regge tutta la struttura.

Ciò nonostante, il nostro progetto, proprio per la sua caratteristica peculiare di richiedere un impegno personale, individuale al singolo colpito dal deficit, collocandosi cioè dentro al limite, invita il fotografo con deficit visivo ad interrogarsi sul senso profondo della vista, ad utilizzare non il residuo visivo come unica chance per orientarsi, ma a fare affidamento a se stesso, le proprie capacità, le sensazioni che nascono dentro ognuno in relazione ad una esperienza. Ognuno di loro ha fatto una esperienza prima individuale e poi di gruppo: ci sono state conflittualità con l’Associazione e con il gruppo, c’è stata una disinvoltura nel criticare foto, titoli, allestimento, modalità di comunicazione e accanto a questo c’è stata la soddisfazione per il lavoro svolto, il riconoscimento di un percorso, il vedersi proiettati in un futuro in cui la fotografia c’è come parte di vita, l’essersi sentiti rappresentati dalle proprie capacità creative e per noi tutto questo è stata una conferma di una presa di coscienza, di avere voce in capitolo, di avere gli strumenti ma insieme anche di aver incontrato (e di incontrare) resistenze volte a contrastare un movimento interno di autonomia.

Lasciami Guardare è stata una esperienza che ha cambiato le carte in tavola, fornendo una koinè profonda, ovvero l’appartenenza ad una comunità che parla la stessa lingua, una comprensione intima che li ha portati a sperimentare che non solo si può parlare del limite, ma che si deve parlare dal limite, perché sono tante le cose da dire, da quella prospettiva.

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