La fotografia nel lutto

©Fabrizio Perilli photographer_FermaImmagine“O tempo sospendi il tuo volo” (1), il sogno del poeta sembra trovare finalmente soluzione nella cattura inesorabile e crudele dell’attimo che fa della fotografia un arte strettamente legata a vissuti di malinconia e di perdita. La realtà congelata nello scatto fotografico, rapita e proiettata in un eterno privo di riferimenti temporali, viene restituita allo spettatore in una mimica fredda, innaturale, in una pausa che non precede alcun movimento.

L’esigenza sentita di immortalare un evento, di rendere il mondo eterno, di far si che esso sopravviva a quell’istante, porta inevitabilmente ad arrestarlo, a sequestrarlo al momento successivo; togliere il movimento, privare ogni cosa del suo tempo, non preserva dalla morte ma l’attesta e ce la rende visibile come in un oggetto imbalsamato. Susan Sontag in un suo celebre saggio sull’immagine fotografica, dichiara che “fare una fotografia significa partecipare della mortalità di un’altra persona (o di un’altra cosa) ed è proprio isolando un determinato movimento che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo”.(2)

Oggettivare il momento tradisce una incapacità a viverlo, o meglio, a lasciarlo morire, delegando unicamente alla memoria il compito di richiamarlo invitandolo a trattenersi con noi.

La fotografia è insieme una pseudo presenza e l’indicazione di un’assenza (3), e proprio per questo che essa si presta cosi bene ad essere assorbita nel cerimoniale e nel rituale che accompagna il defunto nella sua nuova dimora. La percezione fotografica opera un va e vieni dalla presenza all’assenza (3), dall’irrealtà alla realtà e reciprocamente.(4)

Nel saggio “Lutto e malinconia” Freud si interroga sul mistero del lutto, di questa lenta storia dell’oblio che conduce all’abolizione del dolore attraverso un lungo lavoro. L’essenziale del lavoro del lutto consiste nel vincere la fissazione del desiderio riconoscendo le esigenze ineluttabili della realtà. Il travaglio del lutto, mentre è rivolto allo scomparso, è anche uno sforzo per sopravvivergli, non sempre coronato da successo (suicidio, depressione).

Da una parte la libido possessiva, legata alla persona amata, desidera accompagnarla nella morte, dall’altra parte l’istinto di conservazione afferma il diritto alla vita, il diritto ad andare avanti. Il compromesso che generalmente risolve o attenua questo conflitto interiore consiste in una trasformazione progressiva, dolorosa della natura stessa del sentimento provato per l’oggetto. Il soggetto impara ad amarlo in quanto morto, invece di ostinarsi a soffrire. Ma il trionfo del principio di realtà non avviene improvvisamente, “si realizza poco per volta, dopo lungo tempo ed impiego di energia, mentre l’esistenza dell’oggetto perduto si prolunga psicologicamente”.(5) “Ogni ricordo, ogni speranza che collegava la libido all’oggetto si trova come fissata e sovrainvestita ed è attraverso ciascuno di essi che si realizza la liquidazione della libido”(6)

La fissazione affettiva si ripercuote sulle immagini con un gioco tragico che confronta l’esistenza reale e l’esistenza immaginaria ed approda alla conoscenza del carattere definitivamente superato dell’attaccamento affettivo. (7)

Certo la fotografia non basta alla liquidazione della libido, ma essa svolge il suo ruolo per consentire alla persona cara di vivere ormai nel ricordo, che è l’unica maniera di razionalizzare la morte, cioè di continuare a vivere.

Con la fotografia devotamente conservata, contemplata con altri ricordi nel cerimoniale rispettoso di una religione intima, qualcosa della scomparsa è stato esorcizzato. All’annientamento brutale e alla decomposizione della carne si è sostituita l’eternità cristallizzata in un’espressione ingiallita. Non si può immaginare la vertigine nella vita e nella memoria, che il vuoto senza immagine di un congiunto scomparso rappresenterebbe. Proprio perché rappresenta l’oggetto come assente, la fotografia viene valorizzata e trova la sua funzione di supporto della reverie.

Esiste tuttavia un’altra morte, insieme metaforica e reale, che colpisce ognuno di noi ogni giorno, poiché ogni giorno ci avviciniamo realmente alla nostra morte. La foto diventa allora uno specchio, più fedele di un vero specchio: in essa misuriamo, ad ogni età, l’avanzare degli anni. Lo specchio al contrario, ci accompagna attraverso il tempo, cauto, educato, bugiardo: cambia insieme a noi in modo che non ci vediamo cambiare. (8)

Le fotografie ci accompagnano nel tempo, assicurano alle nostre vite un ormeggio, contribuiscono a mantenere un senso di continuità psichica indispensabile alle nostre esistenze.

“Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la nostra vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”. Questo passo tratto dalle memorie di Luis Bunuel e citato da Oliver Sachs(9), commovente e spaventoso, mette in luce con una violenza affascinante, l’indiscusso valore del passato in una forma d’arte che forse meglio di altre, si presta ad evocare e richiamare.

Dott. Fabrizio Perilli

Bibliografia

1) Keim Jean. “La fotografia e l’uomo. Sociologia e psicologia della fotografia”. Alba, ed. Paoline, 1974, pag. 61

2) Sontag Susan, “Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società”. Torino, Giulio Einaudi Editore, 1992, pag. 15

3) Op., cit., pag.15

4) Castel Robert, “Immagini e fantasmi”, in “La fotografia” a cura di Pierre Bourdieu”, Rimini, Guaraldi Editore, 1972, pp. 274.

5) Freud Sigmund, “Lutto e malinconia” Op. Vol. VIII, Torino, Boringhieri, 1976, pag. 193

6) Op., cit., pag. 193

7) Castel Robert, op.,cit., pp 306,308

8) Metz Christian, “Cinema, fotografia, feticcio.” Cinema Studio, Aprile – Dicembre 1991, n°. 2 – 4, pag.8

9) Sacks Oliver, “L’uomo che scambiò la moglie per un cappello.” Milano, Ed. Adelphi, 1986, pag.44

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